L’economia circolare che fa bene all’Italia

L’economia circolare che fa bene all’Italia

Una crescita dell’occupazione pari a 50mila posti di lavoro diretti più l’indotto. Un taglio annuale alla spesa pubblica di 10 miliardi di euro grazie agli acquisti verdi. Un risparmio di 30 milioni di tonnellate di materie prime all’anno applicando in modo ampio gli standard di efficienza raggiunti dalle aziende italiane leader nel settore. Sono tre dei vantaggi a portata di mano: l’Italia li potrebbe ottenere nel giro di pochi anni applicando i principi dell’economia circolare su cui l’Unione europea ha deciso di scommettere. Lo documenta una ricerca del Circular Economy Network , il think tank promosso dalla Fondazione per lo Sviluppo sostenibile e da 13 aziende e associazioni di impresa, che verrà resa pubblica oggi in occasione della prima edizione del Premio Nazionale Startup dell’economia circolare in Italia.  
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Secondo il rapporto “Potenzialità e ostacoli per l’economia circolare in Italia”, il primo studio in Italia che offre una visione congiunta sulle potenzialità dell’economia circolare nel nostro Paese per i diversi settori economici, l’applicazione dei criteri suggeriti dall’Unione europea porterebbe a benefici economici in vari campi. Per il raggiungimento degli obiettivi di riciclaggio recentemente approvati dalla UE, si aggiungerebbero 23.000 posti di lavoro nell’ambito della gestione dei rifiuti. Adeguandosi agli standard delle imprese della riparazione francesi, tedesche o spagnole, il settore vedrebbe incrementare l’occupazione di 16.000 nuovi posti, raddoppiando il numero attuale degli addetti. Nel settore della bioeconomia, al 2020 si guadagnerebbero 11.000 occupati (90.000 in Europa). 

Bisogna poi calcolare l’indotto. Per realizzare gli impianti necessari al raggiungimento degli obiettivi ricordati si creeranno altri posti di lavoro. Ad esempio per arrivare ai target di compostaggio si dovranno costruire 65 nuovi impianti per una spesa totale di 1,3 miliardi di euro.
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Per le imprese che investono in green economy, si potrebbe ottenere un incremento di posti di lavoro dell’11,4% se si raggiungesse la media europea degli occupati in questo settore (40% arrivando ai livelli occupazionali della Germania). 

Inoltre, secondo studi del Parlamento europeo, politiche mirate al prolungamento della durata dei beni garantirebbero maggiore occupazione locale e fatturato nei settori della conservazione, riparazione e affitto dei beni e della compravendita di prodotti europei: un incremento dell’1% di queste attività genererebbe un mercato aggiuntivo di 7,9 miliardi di euro all’anno in Europa, di cui quasi 1,2 miliardi in Italia. Anche il fatturato della bioeconomia avrebbe un grande sviluppo: al 2020 è prevista una crescita europea di 40 miliardi di euro l’anno. 

Tra gli altri vantaggi elencati nel rapporto del Circular Economy Network ci sono: lo sviluppo della corretta gestione dei cantieri edili che permetterebbe di riciclare ogni anno 730.000 tonnellate di metalli, 30.000 tonnellate di legno, 15.000 tonnellate di plastiche e 12.000 tonnellate di vetro che oggi finiscono in discarica; il recupero di terreni contaminati valorizzati dalla bioeconomia (che permetterebbe di contrastare il preoccupante fenomeno dell’erosione del suolo che riguarda il 21,3% del territorio nazionale); il riciclo di oltre 7 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e di imballaggio in più rispetto ai dati del 2016, evitando la discarica o l’incenerimento. 

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